22012019Headline:

Quella rivoluzionaria di Rosina nostra

A curare la mostra (aperta fino a sabato prossimo) la dottoressa Eleonora Rava

Eleonora Rava, curatrice della mostra su S. Rosa

Eleonora Rava, curatrice della mostra su S. Rosa

Corre l’anno 1450 quando papa Niccolò V indice il Giubileo ordinario. E’ un’occasione di fede per lucrare l’indulgenza, ma è anche un momento importante dal punto di vista economico. La fastosa corte papale abbisogna di continue iniezioni di danaro per poter andar avanti e continuare a mantenere un elevato tenore di vita. E se Roma ride, Viterbo certamente non piange. Un autentico boom di pellegrini arriva nella cittadina sulla Francigena, attirati dall’ormai diffusissimo culto verso Santa Rosa, la ragazzina che un paio di secoli prima si era opposta all’imperatore Federico II tanto da essere costretta all’esilio insieme a tutta la famiglia. Nel monastero viterbese, nei soli primi tre mesi di Giubileo, incassano dalle elemosine una cifra tra i 4000 e i 5ooo ducati. Una somma enorme: “Si pensi – spiega la professoressa Eleonora Rava, del Centro Studi Santa Rosa – che un appartamento di un certo livello costava circa 200 ducati. Fatto qualche conto, siamo sull’ordine di un paio di milioni di euro attuali”.

Il pannello che illustra il Giubileo del 1450

Il pannello che illustra il Giubileo del 1450

Una cifra consistente che attira l’attenzione anche del consiglio comunale dell’epoca: in sostanza, si vorrebbe partecipare alla gestione il malloppo. Ci sono parecchie idee, ma intanto bisogna sentire che ne pensano le monache che occupano il monastero. L’incaricato di allacciare le trattative con la badessa e la camerlenga se ne torna con un pugno di mosche: le suore non hanno alcuna voglia di far gestire quella somma a chicchessia. Gli amministratori viterbesi pensano di aggirare l’ostacolo, rivolgendosi direttamente al pontefice, ma i risultati non cambiano. In convento si danno alla pazza gioia; intanto, si decide di investire in beni immobiliari: orti e qualche casa, compresa una davanti al Santuario abitualmente usata da donne di facili costumi. Una presenza ingombrante che non si può proprio sopportare… E poi tanti interventi per acquistare preziosi arredi sacri, per abbellire la chiesa con affreschi: non si bada a spese, insomma. Di tutto questo, una suora decisamente acculturata prende puntualmente nota in una specie di registro di cassa. Alla fine, si contano circa 7700 ducati di spesa: non ci sono documenti che spieghino se il convento andò in deficit, o se invece il flusso delle elemosine dopo l’exploit iniziale con il passar dei mesi si era comunque mantenuto su livelli alti.

I sigilli dei notari incaricati del processo di canonizzazione

I sigilli dei notari incaricati del processo di canonizzazione

Di tutto questo si parla in un’interessante mostra allestita nel chiostro del convento di Santa Rosa e curata dalla dottoressa Rava, tesoriere del Centro Studi omonimo. Il percorso è affascinante e le spiegazioni fornite permettono di comprendere meglio la grandezza di Rosina: “Una ragazzina di gracilissima costituzione fisica – spiega Eleonora Rava – proveniente da una famiglia poverissima, ma in possesso di un carisma straordinario che non poteva che provenire dallo Spirito Santo. Come abbia fatto a vivere 16-17 anni senza sterno non si riesce neppure ad immaginare. Lei non predica (a quei tempi avrebbe rischiato l’accusa di eresia), ma è una donna laica che porta il Vangelo al popolo e invita tutti a pregare e fare penitenza. Un’autentica rivoluzionaria che predice anche la morte di Federico II”.

Lo straordinario afflusso di pellegrini durante l’Anno santo e le sollecitazioni dei cittadini e delle istituzioni viterbese convincono papa Callisto III ad aprire il processo di canonizzazione: “Il pontefice affida la pratica – continua la dottoressa Rava – ad alcuni cardinali che, a loro volta, demandano a tre vescovi il compito di istruire l’istruttoria. Furono sentiti addirittura 243 testimoni e, per rendere più  corposa la documentazione, si portarono le testimonianze anche dei paesi vicini. Furono tre i notari (Polidoro, Bartolomeo e Santoro) a trascrivere le dichiarazioni; prima in brutta, poi in bella copia, quella che fu inviata al pontefice”.

Il pannello con il Padre Nostro in latino

Il pannello con il Padre Nostro in latino

D’accordo, ma come andò a finire? “Manca il documento ufficiale che attesti l’avvenuta canonizzazione, ma è bene essere chiari: Rosa è Santa a tutti gli effetti e il suo culto è diffuso in tutto il mondo, in particolare nel Sud America. Benedetto XVI l’ha proposta ai giovani come modello di vita, insieme a San Francesco e a Santa Chiara. Non ci sono prove di contatti diretti tra i frati francescani e la santa viterbese, ma tutti si rivolgono alla gente più umile e si ispirano all’insegnamento del Vangelo. C’è una reliquia conservata ad Assisi e non esposta al pubblico: si chiama Velo di S. Rosa. Sarà un caso? Abbiamo anche tentato di portarla in esposizione qui in Viterbo, ma non ci siamo riusciti…”.

La mostra rimane aperta fino a sabato; il Centro Studi S. Rosa è una onlus ed è l’unico ente viterbese al quale si può devolvere il 2×1000. Non costa nulla e ne vale davvero la pena.

 

 

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