16082018Headline:

“Chi si ferma (non sempre) è perduto”

Lettera 22, di Giuseppina Palozzi

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Quanti di voi possono affermare di avere addominali ben definiti e quanti invece si arrendono alla tanto dibattuta pancetta?

Ecco, molto probabilmente, entrambi gli schieramenti possono testimoniare quanto sia lenta la strada per la tartaruga. Letteralmente.

Una sfida sempre più incalzante per soubrette e influencer, che negli anni hanno sempre più ristretto la finestra di tempo necessario a rimettersi in forma; così tanto ristretta da confondere facilmente una gravidanza con i postumi comuni di un’abbuffata natalizia.

La figuraccia del “di quanti mesi sei?” ad una donna in sovrappeso è finalmente esorcizzata.

Sembra che lo stato realmente interessante oggi sia quello che mostriamo.

E quello che abbiamo dentro?

La storia di un piccolo seme di papavero che si trasforma in un piccolo cucciolo di uomo ha bisogno di tempo e spazio. Ha bisogno di cambiamenti.

E no, il corpo non tornerà mai come prima. E se fosse migliore?

La vita non sarà più quella di prima. E se fosse migliore?

Certo i cambiamenti prevedono delle perdite. Per ogni cosa nuova dobbiamo lasciar andare ciò che non è più.

Ma non è forse così che siamo diventati ciò che siamo?

Il nostro essere umani è intriso di trasformazione, anch’essa iniziata a quattro zampe.

E lo viviamo in ogni cosa che ci riguarda, spesso inconsapevolmente.

Pensate alla crescita di un bambino, al percorso scolastico e di formazione, alle storie d’amore, all’agricoltura, all’edilizia, al ciclo mestruale, all’arte.

Per tutto c’è un tempo, cantava Fossati.

Sembra invece che questo sia la sola cosa che non vogliamo perdere, confondendo l’agenda con un timer alla rovescia.

Passando la vita a tagliuzzare filo blu e filo rosso per bloccare quel conteggio.

Pretendiamo bambini maturi.

Incontriamo adulti adolescenti.

Anziani ultranovantenni ballano e si corteggiano in tv o partono per il Kenya a fare volontariato.

Che poi uno si chiede, nelle case di riposo non c’è richiesta di volontariato? Quanto effettivamente può essere d’aiuto una persona che richiede, com’è giusto che sia, essa stessa assistenza?

Mentre scrivo, la sensazione è di aver detto qualcosa di scomodo, come fosse scorretto pensare che a 93 anni sia giusto essere coccolati e curati da chi ha più energie di noi.

E invece no, perché il messaggio che passa dai media è proprio questo: l’età non conta.

E invece conta eccome. L’età è uno stato mentale sì, ma nel senso che la maturità cui si arriva è una strada lenta e lastricata di dolori, scelte, gioie e trasformazioni che ci hanno reso persone diverse, ma mai immobili.

Che paura c’è a fermarsi? A starci? Forse quella di pensare.

Un tempo di riflessione per poterci fare delle domande, che ci permettano di scegliere.

Di essere consapevoli e chiederci se abbia senso ciò che stiamo vedendo/ascoltando/dicendo/facendo.

Se sia possibile credere di votare chi non ha neanche più diritto di voto o chi vuole bonificare la razza italiana giurando su un testo che parla di amore per il prossimo.

Se sia possibile pretendere che a poche ore da un’intensa nevicata e temperature sotto lo zero le strade e i servizi tornino ad essere disponibili, come prima.

Ecco, il cambiamento spaventa perché nulla può tornare mai come prima.

Gli acini pestati non possono ritornare grappolo.

Però possono diventare un vino armonico.

Ma se continuiamo a evitare di pensare le trasformazioni, rischiamo di “metterci in posa”.

Di un vecchio vino scadente.

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