21082018Headline:

“Lenti al con-tatto”

Lettera 22, a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Giuseppina Palozzi

Giuseppina Palozzi

*lettera 22 – “Lenti al con-tatto”

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Nel 2005 un gruppo di ricercatori britannici descrive per la prima volta un particolare fenomeno percettivo chiamato “sinestesia del tatto a specchio”; in particolare, sembra esista in alcuni soggetti la possibilità di sentire fisicamente dolore guardando qualcuno che lo prova.

Un quasi contatto che ri-sveglia i sensi.

Un re-make scientifico del celebre dipinto di Michelangelo che, nella Cappella Sistina, traduce “la creazione di Adamo” nel quasi contatto tra due dita.

I risultati parlano di vere e proprie tempeste percettive e inanellano studi e considerazioni sulla tanto dibattuta “empatia” fino ad arrivare a quella che, proverbialmente, oggi sembra la caratteristica elettiva per la persona perfetta: “mi capisce senza bisogno di parlare”.

Mi sfugge qualcosa.

Mi sfugge la Relazione.

Io-che-capisco non sono anche Io-che-sento?

Esistono davvero persone che sanno come comprendere le emozioni dell’altro senza il rischio di sentirci dentro anche le proprie?

Esistono davvero “team di psicologi” capaci di dire nel modo più giusto ad una donna che le proprie figlie sono state uccise da quel padre da cui aveva tanto provato a proteggerle?

Esistono davvero “team di psicologi” capaci di “trattare” nel modo più giusto parenti di vittime di terrorismo, sopravvissuti ad una strage, vittime di calamità naturali, persone in fin di vita e via dicendo?

Esiste davvero tanta competenza da permettere il distacco ed operare solo il lembo di pelle scoperto dal lenzuolo?

Una specie di Montalbano delle emozioni che estrae un fazzoletto per non lasciare impronte.

Per non lasciarci attaccata pure un po’ della propria di pelle.

Mentre scrivo mi chiedo quale sia la fantasia che ci porta come psicologi/ma-non-solo, e spesso inconsapevolmente, a pensare di poterci tenere fuori.

Come se concentrarsi a guardare i piedi ci illudesse di essere fuori dall’universo delle stelle.

Cosa stiamo delegando?

Forse la parte nera, quella dolorosa, quella insopportabile, quella che non voleva vedere il contabile di Auschwitz.

Quella alle spalle dei video-selfie di Muhammad, in una Siria effetto-seppia.

Dove di nero c’è solo il buio di chi si tappa gli occhi per non vedere.

Per non sentire.

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