20032019Headline:

“Il Trono di Stato”

Lettera 22, a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Giuseppina Palozzi

Giuseppina Palozzi

*lettera 22 – “Il Trono di Stato

a cura di Giuseppina Palozzi, psicologa e psicoterapeuta

Sabato, sono in quinta elementare.

La maestra ci detta un problema.

E’ uno di quelli difficili; quelli che, se li fai bene, vicino al voto lei ci disegna una grande stella cerchiata. La Champions League della quinta B.

Ragiono, scrivo, cancello, e poi sbam! Ecco il genio. Capisco che ho trovato la strada, sono felice. Festeggio.

Arrivo alla cattedra con lo stesso portamento di Jim Carrey in “Una Settimana da Dio”.

La maestra apre il quaderno, i folti capelli ricci e il rossetto rosso acceso non riescono a nascondere un accenno di sorriso; poi si rabbuia, prende la penna ed eccolo lì: Insufficiente.

Praticamente lo stesso voto che ha messo a Trump la maestra in pensione, correggendogli la lettera di risposta ricevuta in questi giorni in merito alle armi a scuola.

Zero stelle.

Un tonfo al cuore. Torno a casa in uno stato di frustrazione e rabbia; non so se piangere o strillare arrabbiata. Racconto tutto ed i miei restano confusi.

Assurdo. Perché mai la maestra si era comportata così?

Un colloquio chiarificatore, di quelli dove non si pretende ma si vuole capire, spiegò tutto: il mio compito, perfetto e sotto la soglia del tempo richiesto, era in realtà illeggibile.

Cancellature e disordine, entusiasmo e lavoro, avevano totalmente oscurato dov’ero: il compito deve poter essere letto e corretto da qualcun altro.

Avevo dimenticato il contesto.

Oggi, che sono ordinatissima persino negli appunti poco importanti, non so dire ancora se quella sia stata la decisione giusta da parte della maestra, ma credo che la differenza significativa l’abbiano fatta i miei genitori.

Si, perché di fronte alle decisioni delle persone/personalità con cui ci confrontiamo spesso ci concentriamo sul risultato o sulle nostre aspettative, senza riflettere sulle motivazioni e sulle nostre modalità di starci.

Siamo da tempo, ed in particolare in questa settimana, in uno Stato di confusione ai massimi storici.

L’unico sentimento per l’Inno di Mameli sembra essere quello delle mani in tasca: imbarazzo.

Sempre più giovani sembrano essere convinti che la sola soluzione sia l’estremismo e poi sono gli stessi che si ribellano duramente al “fratello sbagliato vivo”.

Un nemico in comune, che abbia pelle scura o capelli biondi, che ci rubi il lavoro o che ci dia degli scrocconi e controlli i mercati, che ci dica troppo si o che ci dica troppo no.

Tutto, pur di trovare dei punti di riferimento che chiaramente abbiamo perduto senza pensare a come costruirne nuovi.

Una generazione, senza garanzie né contenimento, per cui l’unica home in cui tornare a piangere arrabbiati sembra essere quella che, come unica tutela, butta giù una nuova informativa privacy.

Questo mio spazio è ben lontano dalla pretesa di trattare diritto costituzionale, politica o economia, perché, per quanto possa informarmi, non sono i miei ambiti di competenza.

Ma soprattutto perché non lo so.

Io sono estremamente confusa. E smarrita.

Io non lo so ancora da che parte stare.

Io non lo so nemmeno se mi voglio schierare.

Ma è di questo che abbiamo davvero bisogno?

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