Lo chiamavano il golden boy della politica viterbese. Un po’ per la sua giovane età, ma soprattutto per il suo attivismo politico e per il suo pragmatismo nell’affrontare i problemi. Quando diventò assessore provinciale alla Cultura, con la giunta di Giulio Marini dal 2000 al 2005, in breve tempo seppe distinguersi da molti suoi colleghi e conquistarsi le simpatie della gente. Anche di quella che votava a sinistra, perché scevro da ideologie preconcette e disponibile al dialogo e al confronto.
Sì, Giammaria Santucci, nato a vissuto a pane e Democrazia Cristiana, pur essendo approdato nel partito di Berlusconi – che all’epoca si chiamava ancora Forza Italia – in quegli anni mise in campo tutta la sua democristianità che, unita alla voglia di far bene, lo consacrò come l’astro nascente di una politica che comunque stentava – al di là dei soliti e arcinoti big, già stagionati – a proporre uomini e idee nuove.
Era facile prevedere, per uno che si potrebbe tranquillamente definire una specie di precursore di Matteo Renzi, un futuro scintillante e pieno di soddisfazioni. Per lui, ma anche per i cittadini che, avendolo conosciuto, lo stimavano e addirittura amavano. Tant’è che, avvicinandosi le elezioni provinciali del 2005, furono molti a pronosticare l’ennesima vittoria in carrozza del centrodestra, con lui candidato a presidente, visto che Giulio Marini – dopo due mandati – stava per imboccare la strada di palazzo Madama. E invece non andò così, perché il plenipotenziario romano di Forza Italia, vale a dire Antonio Tajani, gli preferì Francesco Battistoni. Che perse contro Alessandro Mazzoli.
Un suicidio politico del centrodestra (non fu il primo e non sarà l’ultimo), che lasciò il segno sia nello schieramento, che nel buon Giammaria. Il quale, proprio al primo consiglio provinciale, fece armi e bagagli e transitò nel gruppo misto, per poi approdare – qualche mese dopo – nell’Udc di Pierferdinando Casini (a Roma) e di Nando Gigli (a Viterbo). Non che nel frattempo il ragazzo non avesse tentato di percorrere altre strade, ma – e qui sta il difetto dell’uomo – s’era sempre fermato a metà strada, convinto che quell’eterno temporeggiare da democristiano della prima repubblica alla fine portasse a risultati concreti. Poi, quando s’è accorto – e siamo alla cronaca – che Gigli era sempre Gigli, ha provato a fargli la guerra, ma sempre col solito sistema. Ovvero senza mai uscire del tutto allo scoperto e senza stabilire una precisa strategia in grado di coinvolgere una massa un po’ più corposa dei soliti quattro amici al bar.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Alla fine si è presentato da solo, raccogliendo un po’ meno di duemila voti, avendo perso quella verve e quel fascino che ne avevano fatto un mezzo divo della politica viterbese all’inizio del terzo millennio.
Si può dire che a Santucci è mancato il coraggio. Di proporre quel messaggio di novità e di speranza che oggi il cittadino chiede e che lui forse avrebbe potuto lanciare meglio di altri. Alla fine, ha preferito rifugiarsi nel proprio orticello per continuare a galleggiare nel limbo dell’aurea mediocritas. Ha imboccato il viale del tramonto? E’ presto per dirlo, anche perché la carta d’identità è ancora dalla sua parte. Ma dovrebbe cambiare marcia e mostrare di avere certi attributi. Oggi la politica non è più quella della vecchia Dc (l’ha capito pure Fioroni), ma quella dei messaggi diretti e del porsi di fronte all’elettorato in maniera decisa. Se riuscirà a farlo può ancora recuperare, altrimenti sarà stato solo una fugace meteora.







