Aghi appuntiti, banconote fruscianti – tante banconote – e un pallone profumato di cuoio. E Viterbo, una città speciale nella lunga carriera di un dirigente che ha girato l’Italia del football, con la benedizione dei due Luciano: prima Moggi (civitavecchiese come lui, la leggenda narra che siano cugini) e poi Gaucci. Enzo Di Maio racconta il suo romanzo attraverso Facebook, ed un romanzo di calcio e di esagerazioni, di cose sporche viste e vissute sulla sua pelle, e magari di un pentimento arrivato tardi, ma arrivato. Come quelle nausee che ti prendono prima la gola e poi scendono giù, fino allo stomaco. Tanto da smettere di mangiare e bere o magari, come nel caso dell’ex direttore sportivo della Viterbese, ti fanno smettere di vivere lo sport. Crisi di rigetto. Disintossicazione. Riabilitazione e quindi riscoperta del mondo pulito di prima: “Sono stato tanto tempo lontano da casa per il calcio, e quando sono tornato facevo addirittura fatica a ritrovare i volti familiari, come se mi fossi ritrovato in un mondo estraneo”, scrive un Di Maio vagamente proustiano. Va comunque precisato che sta parlando della vecchia Us Viterbese 1990, fallita nel 2006, e che non ha nulla a che fare con le successive società che si sono alternate in via della Palazzina. Compresa quella di oggi, chiaro.
Ma oltre a raccontare l’aspetto romantico – da romanzo, appunto – di questa storia, occorre dare le notizie. Che poi sono bombe ad alto potenziale, infilate qua e là dentro il lungo post dell’ex dirigente ora in disparte. C’è Viterbo, di mezzo, e la Viterbese, nonostante Enzino, come lo chiamavano qui, abbia girato una mezza dozzina di squadre, dalla Juve alla Lodigiani, dal Civitavecchia al Catania, alla Sambenedettese. Viterbo, “città a me cara perché mia nonna era di qui”. E ciononostante: “A Viterbo tutti pretendono la coppa dei Campioni e non si rendono conto che si deve andare avanti con ciò che offre la città. Perché i santi benefattori nel calcio non esistono. Hanno preferito gli illusori ori di Gaucci ad una gestione oculata che poteva durare anni. Il risultato è stato che poi Luciano è fuggito con i gioielli di famiglia, lasciandoli in mutande e con la prospettiva di un inglorioso futuro”. Di Maio invece no: “Io prendevo i giocatori tra gli svincolati, a costo zero, come Liverani, che pagai 35 milioni (prendendolo dal Cagliari e portandolo alla Viterbese, prima dell’arrivo di Gaucci, ndr) e rivedendolo a 32 miliardi (dal Perugia alla Lazio). E Tino Borneo, preso a zero e rivenduto a 400 milioni”. Alla Cremonese, dopo aver vinto il titolo di capocannoniere in maglia gialloblù.
Fin qui, tutto liscio. Ogni dirigente, dacché la palla rotola, si presenta migliore di tutti. Ma Di Maio dà pure delle rivelazioni che, se vere, sarebbero inquietanti. Tipo: “Adesso si parla tanto della partita farsa tra Salernitana e Nocerina. Be’, sono anni che i tifosi vengono foraggiati dai presidenti. Io personalmente consegnavo ogni settimana un milione e mezzo delle vecchie lire ai capi tifosi della Viterbese e dopo a quelli della Samb – dice Di Maio – Ciò ti consentiva di avere sempre i tifosi dalla tua parte. Beninteso non erano soldi miei ma di Gaucci e venivano messe anche a bilancio sotto la voce di contribuzione per trasferte e correografie tifosi”. Ai sostenitori gialloblu, ovvviamente, ampio diritto di replica se vorranno.
E veniamo al doping, perché anche in questo caso Di Maio ha da vuotare il suo sacco. “Federazione, leghe e società sono conniventi, si forma una specie di sistema massonico, di omertà, e se tu non sei dei loro, o ti ribelli, sparisci”. Resta da capire se l’ex direttore sportivo della Viterbese parli proprio perché si sia trovato, un bel giorno, fuori dal cerchio magico, o che, essendo stato sbattuto fuori dal sistema, ora si vendichi così. Ma torniamo al doping. La creatina, quella tirata fuori ad un certo punto da Zeman: “Il Neoton 500 – spiega Di Maio – che ho visto usare giornalmente in tutte le società in cui sono stato, dalla Juventus alla Viterbese. D’altronde, si compra in farmacia. Poi, sostanze più particolari, il Sinsurrene forte e il Bentelan, corticosteroidi che alteravano prestazioni fisiche ma anche comportamentali, anche questi li ho visti usare dappertutto. E l’Epo, naturalmente, che però veniva somministrato ai giocatori a loro insaputa. Questa è l’apoteosi delle porcherie di cui una persona si può macchiare per raggiungere dei risultati sportivi. Non si pùò giocare con la pelle di ignari ragazzi. Dico ignari almeno per una parte perché un’altra sapeva benissimo che quando ti fanno delle punture sulla pancia e non nella consueta “chiappa” ,di altro non di può parlare se non di Epo. Da qui la decisione di cui parlavo sopra di denunciare tutto”.
E di qui le audizioni in varie Procure, da Torino (giudice Guarinello) e anche – sostiene Di Maio – da quella di Viterbo. La conclusione di questa denuncia è amara: “Quando fai il tuo dovere,in questi casi,non è nemmeno che devi aspettarti un cenno di riconoscenza anzi,sai già a priori che firmi la tua condanna professionale, il tuo esilio dal sistema”.
Di Maio è uscito dal gruppo, adesso. Segue poco il calcio (“solo i risultati”), dice di aver rifiutato anche l’ingaggio di una società. Ha parlato, ci tiene a precisare che non è mai stato querelato per diffamazione, e – con la solitudine di chi non ha nulla da perdere – lancia la sua ultima proposta choc: “Fare come Nerone fece con Roma. Bruciare tutto, e ricostruire il palazzo dalle fondamenta”. La panacea, per il mondo del calcio?







