È stato interessante, tipo il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica. Quello che di norma ci si sorbetta dopo quattordici calici di prosecco e prima delle cozze impepate. Trenta persone in apertura. Poco più di cinquanta alla chiusura dei cancelli. L’evento targato Panorama d’Italia di ieri sera non è che abbia poi tirato così tanto. Sarà forse colpa del freddo anomalo. Coi soldi d’altronde non ce la si può prendere. L’ingresso era gratuito. Ma sarà magari anche a causa del fatto che in Sala regia si è visto più Giulio Rapetti che Mogol. Lo smalto del plurimedagliato paroliere non è granché vivido. Affatto. E l’intervista fiume (pardon, ruscello, un’ora scarsa) è parsa una mezza forzatura. Una trovata promozionale, ecco. Da dire, e di nuovo, c’è stato veramente poco. Tu chiamali, se vuoi, marchettoni. Per rimanere in tema.
“A breve esce un album, un cd – questo l’esordio – che ripropone i migliori pezzi di Battisti. Però in versione rock. A Lucio sarebbe piaciuto tantissimo”. Intervento piazzato sul vocabolario alla voce “frase fatta”. E ancora: “Per emergere occorre sudore al novantanove per cento e talento all’uno”. E qui invece riviene su il cenone di Natale, quando tocca per forza di cose stare a sentire il nonno che si lamenta. “I talent servono – prosegue la litania – certo però non si possono vedere giudici come Simona Ventura”. Grazie.
Ora che la grande verità è stata svelata si vivrà meglio. E la cosa non cambia verso. “Ho avuto una carriera assistita. Perché credo che ognuno di noi abbia il destino scritto”. Olé. “Mi metto la giacca, che fa freddo”. Vai. “I grandi arrivano dalla cultura popolare”. Giù. “Poi ci sta il genio. Che rispetto agli altri è unico”. Mitragliata letale di chiusura. “Con quella canzone la Tatangelo non sarebbe dovuta andare a Sanremo” e “Molti dei miei successi oggi non sfonderebbero”.
Che dire. Forse ci si aspettava qualcosina di meglio da colui che in un viaggio in auto compose al volo i versi di “Emozioni”. E che li tenne a mente per lunghi duecento chilometri, non potendosi fermare a trascriverli. O forse semplicemente, anche per connotazioni politico-musicali, il binomio Mogol-Panorama stona. E non poco.








