Pare che ultimamente la pratica vada di moda, almeno qui a Viterbo. Prima di iniziare un festival (culturale, o di intrattenimento, tanto poco cambia) si indice una conferenza stampa e si attacca così: “Non ci sono i soldi per farlo”.
È successo pochi giorni fa, quando i caffeinomani Rossi & Baffo hanno dato tale annuncio da Schenardi. È risuccesso ieri, quando invece a parlare è toccato a Patrizia Natale. Ossia, la signora che organizza, e da un pezzo, la stagione estiva di Ferento. La capa, per stringere, del Consorzio Teatro Tuscia.
Ora, al di là del fatto che la cosa suona di per sé piuttosto strana, poiché Ferento è un luogo pubblico, e quindi ci si aspettava una comunicazione dal Comune, dalla Regione, dalle ceneri della Provincia, o comunque da un ente (giacché ogni singolo individuo avrebbe la possibilità di farci cose dentro); ciò che sconvolge è il prosieguo della chiacchierata. “La Regione non ha deliberato il bando per le attività estive – spiega la Natale – e non lo farà prima del 15 luglio. Stando così le cose Ferento salta. Sarebbe da pazzi programmare senza certezze…”.
Perfetto. La sforbiciata, o il ritardo, della cricca Zingaretti ha messo in ginocchio il cinquantesimo cartellone della bomboniera nostrana. E a tal proposito vien da dire che fu profetico l’allora assessore alla Cultura Tonino Delli Iaconi: “Se volete più soldi per i 50 anni forse è meglio stare fermi un giro e ripartire da 51”. Ma, al di là delle previsioni delliaconianie, come se ne esce da questo impiccio? “Abbiamo chiesto una mano al Comune – prosegue la Natale – il sindaco vorrebbe aprire il teatro. Ma, d’altro canto, l’assessore Barelli mi ha specificato che ‘non c’è una lira’. Quindi aspetto ancora tre giorni, poi contatto tutti gli artisti e disdico. Ammesso che ancora vogliano venire”.
E una soluzione terza? Nel senso, fuori da Viterbo (e fino in Cambogia) i fondi pubblici per certe attività non vengono più concessi da una vita. Ci si organizza in fondazioni, in società, in imprese, in tribù. Che, come da logica, hanno il loro rischio. Già, il cosiddetto “rischio d’impresa”. “Pensare agli sponsor è folle – sempre lei – se va bene ti danno mille euro. Non ci sputo sopra, certo, ma siamo lontani. Ferento costa, solo per la logistica ci vogliono 45mila euro. Poi tocca pagare gli artisti. Ecco, se mi dessero quei 45mila, anche qualcosa meno, il resto ce lo metterei io”. E forse anche noi di Viterbopost ci metteremmo a fare i muratori, se il sindaco Michelini ci comprasse la molazza, la calce, i tubi innocenti e le scarpe antinfortunistiche.
Ma torniamo all’amministrazione. Che nel 2014 si allacciò proprio al bando regionale, inserendo le date (maledette) di Pino Daniele ed Elio e le storie tese. “Ancora pago il caos di quelle scelte – aggiunge – i concerti andarono male, col contributo comunale coprii poco o nulla. E mi son dovuta accendere un mutuo personale di 30mila euro per sistemare lo scoperto. Queste collaborazioni non le farò più. Se mi viene messa in moto la macchina, poi al resto penso io. Siamo un’impresa artigianale, che dà lavoro a più di 50 persone, che viene seguita stagionalmente da quasi 10mila utenti”.
E così stanno le cose. Ferento sta per saltare. In realtà Ferento, a meno che non avvenga il miracolo, salterà. E magari un anno sabbatico potrebbe anche essere utile. Per capire che da quando sono finite le vacche grasse il modus operandi, le scelte strategiche, il contorno, e gli appoggi del caso, non hanno portati a grandi frutti. Che sia forse giunta l’ora di cambiare?








