La devozione nei confronti di Santa Rosa rivive nel dipinto recuperato dal procuratore capo della Repubblica Alberto Pazienti e nei bozzetti di due Macchine del 1832 e del 1843 costruite da Angelo Papini. Un sentimento di fede nei confronti della Santa che nel tempo è rimasto intatto: le raffigurazioni e le trasformazioni del Campanile che cammina sono esempi del culto nei confronti di quella ragazzina che è il simbolo di Viterbo e della viterbesità. La presentazione del quadro di Santa Rosa (a cui partecipano anche il prefetto Rita Piermatti, il presidente del Sodalizio dei Facchini Massimo Mecarini e gli assessori Giacomo Barelli e Antonio Delli Iaconi) è anche utile per riproporre i due bozzetti, che risalgono a trasporti dell’Ottocento: due macchine più basse rispetto a quelle più moderne ma comunque simbolo di un fervore religioso e culturale. Il dipinto è esposto nella Sala Rossa di Palazzo dei Priori e presto sarà nella chiesa di Santa Rosa a beneficio dei fedeli. Mentre i due bozzetti verranno distribuiti alle clarisse, ai facchini e alle strutture ricettive. Il restauro del dipinto è stato effettuato grazie al lavoro del laboratorio provinciale: si tratta di un’opera del XVII secolo, un olio su tela di autore ignoto, che raffigura la Santa Patrona in abiti monacali e con il velo bianco.
Inizialmente Santa Rosa era vestita con abiti sfarzosi di grande dama. Fu il cardinale Tiberio Muti a disporre il cambiamento dell’abito più vicino a quello popolare delle donne di modesta condizione alla quale apparteneva la santa. Il quadro è venuto alla luce dopo un furto, come spiega il procuratore Pazienti: è stato necessario fare un inventario dei beni e degli oggetti che mancavano: “Dalla catalogazione effettuata in seguito alla denuncia di scomparsa – sottolinea – è iniziata la ricerca: è venuto fuori un ‘tesoretto’ di beni e oggetti sacri tra cui il dipinto che si presentava interessante. Purtroppo c’è stata l’abitudine nel tempo di prestare ad altri quadri e altri oggetti e nel tempo è diventata usucapione e non sono più tornati indietro. E’ il caso del dipinto di Santa Rosa. Siamo riusciti a sapere che il quadro era nell’abitazione di un privato cittadino il quale si è reso disponibile alla restituzione alle suore clarisse”. L’attività di Pazienti è stata coordinata con i suoi collaboratori Orlandini e Calista; il procuratore assicura pure che le indagini per recuperare altro oggetti sono in corso: “Siamo sulle tracce di altri beni anche più importanti del quadro”.
L’intervento di restauro – realizzato da Ottavio Rita con il contributo del Comune di Viterbo – è stato spiegato dal dirigente del settore cultura della Provincia Luigi Celestini: “Siamo davvero felici di aver portato a termine il restauro del quadro soprattutto se si tiene conto delle ristrettezze economiche nelle quali vive il laboratorio di restauro della Provincia. Il quadro non si presentava in buone condizioni: è stato necessario procedere alla rifoderatura del quadro e alla pulitura con l’integrazione di alcune parti pittoriche. Ci tenevamo molto perché il laboratorio è legato a Santa Rosa: oltre al quadro abbiamo partecipato al recupero di altri bozzetti delle Macchine: si tratta di un patrimonio importante che è esposto al museo civico”.
Il sindaco Michelini esprime il desiderio che i bozzetti vengano esposti nelle strutture ricettive: “In questo modo si genera curiosità nei confronti di Santa Rosa e del Trasporto. Rivedendo i bozzetti della Macchina si ha davvero l’impressione di una città che durante l’Ottocento era viva: c’era una fiorente circolazione di idee. Segno che Viterbo era molto ricca a livello culturale artistico, letterario, politico”.










