La decadenza (uno stato giuridico) e il decadimento (uno stato fisico, o dell’anima) quasi si fondono in quest’aula che non è mai stata bivacco di manipoli ma, alternativamente, rifugio di peccatori o di mestieranti della politica. La decadenza di un consigliere comunale qui eletto diventa presto decadimento. E tra quelli che vogliono salvare il soldato Moltoni e quelli che invece il milite noto lo vogliono salvare è davvero difficile chi scegliere. Perciò si decide di rinviare ancora, anzi di ”sospendere il punto”, come suggerisce il sindaco Michelini quasi alla fine di un consiglio comunale più interrotto di certi coiti di una volta, amplessi campagnoli. ”Martedì avremo un incontro al ministero degli Interni per capire meglio com’è la casistica a livello nazionale su episodi del genere. Poi torneremo in consiglio”, ha spiegato Michelini.
E anche quando si tratta di votare il rinvio, ecco che tutti i (peggiori) istinti vengono al pettine. La minoranza, dopo un conciliabolo durato poco, sorprendentemente poco, concede il voto favorevole all’idea del primo cittadino: ”Un accordo tra galantuomini”, precisa Sergio Insogna, onde evitare che dietro la sponda micheliniana si nasconda qualche fregatura (ma Leonardo non è il tipo). Per l’opposizione, comunque, un rinvio è sempre meglio che l’ennesima sconfitta: se non può batterli, traccheggia, come diceva il console Quinto Fabio Massimo, o forse era Abatantuono.
La tragedia, semmai, è tutta dall’altra parte, tra i banchi di una maggioranza che si pensava rinvigorita dopo il successo ottenuto sulla mozione di sfiducia: l’effetto zabaione, però, è svanito presto, e rivengono a galla le solite fragilità, le solite fratture. C’è chi non è d’accordo neanche sul rinvio. Dentro il Pd, con una Martina Minchella che si rivela più giustizialista di un Travaglio, e allora dice che non voterà la proposta del suo sindaco; c’è la civica De Alexandris, come sopra, che annuncia persino di rinunciare al gettone di presenza. Ci sono altri civici, che magari si alzano e se ne vanno senza farsi troppa pubblicità ma poi ti vengono a dire che ”noi non siamo con la casta che si autotutela e si difende a vicenda”. O a Vicenza, che poi è lo stesso. Ci sono Moricoli & Troili, che non si capisce mai come la pensino, o se la pensino. E anche qualcun altro, sempre dentro il Pd, avrà dovuto reprimere il suo furore, il cupio dissolvi, ma poi alla fine ha dovuto abbozzare, forse consigliato dai soliti Poteri Forti: per dettare la linea, in fondo, oggi basta un whatsapp.
E poi c’è naturalmente il Movimento Cinque Stelle, che per la decadenza del Chicco ha insistito per mesi e che ora, benché il Moltoni sia passato in minoranza, sono costretti a tenere il punto. Coerenti usque ad finem.
Ma in fondo, la casta qui non c’entra. Chi difende Moltoni (che tra parentesi è intimamente convinto che questa storia dell’incontro al ministero servirà soltanto per scavargli una fossa definitiva, e in punto di diritto) non lo fa per corporativismo, o chissà in rispetto di quali Segretessimi Accordi. No, sarebbe una versione troppo sofisticata. Chi difende il Chicco, semmai, lo fa per amicizia, per rapporti di stima, per anni di comune militanza tra questi banchi, che alla fine cancellano ogni diversità e appiattiscono tutti, giornalisti compresi. E’ un gesto d’affetto, mica di complicità. Anche perché – c’è da scommetterci – se e quando Moltoni verrà estromesso a qualcuno dei consiglieri verrà giù pure una lacrimuccia. E dentro di sé la riflessione: ”Ma davvero siamo così cattivi da far fuori uno di noi? Non saremo mica diventati dei politici veri?”.








