19012026Headline:

Bentornata, cara e vecchia fiera del trash

Ancora una volta l'Annunziata si presenta come uno scempio o un'occasione mancata

Il mutandaro retrò

Il mutandaro retrò

Forse il problema sta nel nome, più che nella sostanza. Per dire: l’avessero chiamata la fiera del trash, il mercato delle cineserie, la sagra dell’inutile, lo struscio del degrado, la passeggiata surreale, probabilmente la gente sarebbe accorsa da ogni pinzo del pianeta, pur di vederla. Al grido di “Tutti a Viterbo. Che ci sta quella roba lì”. Un modo come un altro, insomma, per promuovere un prodotto.
Ed invece no. Il carrozzone continua ad essere denominato fiera dell’Annunziata. E puntualmente, non per piacere ma per dovere di cronaca (e pure per decenza), si è costretti a scrivere di questa cosa qua.
Comunque. Il robi-vecchi, Made in China, lupin-follettaro, coloratissimo fregno, si è svolto ieri. Da tradizione. E no, nemmeno una goccia d’acqua si è vista stavolta. Come se dal cielo qualcuno volesse puntualizzare: “Prendetevi le vostre responsabilità, ciucciatevelo tutto. L’avete messa in piedi? Ora passeggiateci, in codesta landa desolata”. Amen.

L'indianino malinconico

L’indianino malinconico

Prima però di passare alla cronaca, catalogabile appieno nella sezione “nera”, va rimarcato l’unico aspetto positivo della storia: intorno le mura si girava una meraviglia. Semafori spenti. Centro storico pedonale. Cioè, sembrava quasi di varcare gli archi di una capitale europea (una qualsiasi, tranne Roma). Questo fino allo zerbino, chiaramente. Dentro invece quanto segue. E non sarà un bel racconto.
Scendendo da Porta Romana eccoti il vuoto cosmico che ti attanaglia. Forte, nel petto. Ma anche fuori, negli spazi vuoti che nessun mercataro ha voluto prenotare. Così il battesimo lo si fa col signor sbuccia-tutto. Tante lame per altrettante verdure. Appresso, segue il malinconico indiano. Che con quel piffero suonerebbe qualsiasi cosa. Poi le mutande retrò low-cost. Lo stock “affarissimi” 10 euro ti pigli un secchio di vestiti. Il tipico prodotto locale, ovvero il filtro anti-batterico per la doccia. I copri sedili zebrati. Il nuovo “testo” romagnolo, che non è una sezione della Bibbia ma un tegame. A proposito, pentole, pentolette e assimili. L’angolo dei cd con Nilla Pizzi che urla come un’indemoniata. A fianco quello balcanico che balla e si mena in cambio di spicci.

Le meraviglie sotto il Comune

Le meraviglie sotto il Comune

E queste le presenze fisse. Gli articoli che si ripetono di era geologica in era geologica, puntuali come il Canone. Nella sezione “pezzi forti”, invece, tre le novità. Uno: anche a Viterbo è arrivato quel coso appiccicoso che se lo butti per terra si schiaccia ma non si rompe. E suona. Due: la chitarrina sei corde. Da non confondere con l’ukulele che ne ha quattro. Tre, and the winner is: sua maestà il mocio che si strizza senza che nessuno tocchi più il secchio (perché?). Lo si prende stile gallinaccio, gli si torce il collo, ed il gioco è fatto.
Ecco. Questa è l’Annunziata, signora mia. Una carovana che si sintetizza nella foto scattata in piazza del Comune: tre bancarelle di carciofi, pomodori e odori.
Benvenuti, turisti. Welcome to Viterbo. Città di arte e (orto)cultura.

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