I dati del Registro .it sul primo quadrimestre 2026 raccontano una crescita più che raddoppiata rispetto a un anno fa. E uno studio europeo sui rinnovi spiega perché, per le piccole attività del territorio, il nome scelto online conta più di quanto sembri
A fine aprile 2026 i nomi a dominio .it registrati in Italia erano 3.578.851. In quattro mesi il saldo tra nuove registrazioni e cancellazioni è stato di 41.300 unità, una crescita dell’1,17% che vale più del doppio di quella misurata nello stesso periodo dell’anno precedente, ferma allo 0,54%. I numeri arrivano da DOT, il quadrimestrale del Registro .it, l’anagrafe dei domini italiani gestita dall’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa.
Il Lazio è la seconda regione italiana per nuove registrazioni: 19.791 nei primi quattro mesi dell’anno, pari al 12,05% del totale nazionale, dietro alla sola Lombardia, che si attesta al 20,79%. Una posizione stabile rispetto al 2025, davanti a Campania, Veneto ed Emilia-Romagna.
Chi realizza un sito web oggi
Il dato più significativo, però, riguarda chi registra. Nel primo quadrimestre 2026 il 54% dei nuovi domini .it è stato aperto da persone fisiche, in crescita di quattro punti rispetto a un anno prima. Le aziende si fermano al 28%, in calo di due punti, i liberi professionisti all’11%. Il resto si divide tra soggetti stranieri e altre categorie.
È una fotografia che parla direttamente a un territorio come quello viterbese, dove le poco più di 307mila persone residenti sono distribuite su sessanta comuni e il tessuto produttivo è fatto in larghissima parte di microimprese: agriturismi, cantine, strutture ricettive, botteghe artigiane, studi professionali. Realtà in cui la distinzione tra la persona e l’attività è spesso sottile, e in cui il sito web nasce quasi sempre da un’iniziativa individuale prima che da una strategia aziendale.
Il problema non è registrare un dominio ma rinnovarlo
Che cosa succede l’anno dopo è la domanda a cui ha provato a rispondere una task force europea coordinata da Centr, il consiglio dei registri nazionali europei, alla quale ha partecipato anche il Registro .it insieme ad altri nove registri. Lo studio ha analizzato circa 40 milioni di domini in scadenza nel 2024, misurandone le caratteristiche un mese prima della scadenza, cioè nel momento più vicino alla decisione di rinnovare o lasciar perdere.
Il risultato più netto riguarda l’età. Un dominio .it registrato da meno di un anno ha una probabilità di rinnovo intorno al 68%; superati i cinque anni sale all’88%, e oltre i quattordici sfiora il 98%. Pesa anche la natura del titolare: i domini intestati a un’azienda vengono rinnovati nel 91% dei casi, quelli intestati a una persona fisica nel 77%. E pesa la geografia, perché quando il titolare non risulta radicato nel Paese del dominio la propensione al rinnovo cala.
Chi opera nel settore — i registrar e i provider accreditati presso il Registro, alcune decine in Italia, tra cui operatori come Vhosting — descrive lo stesso meccanismo in termini più concreti: quando la registrazione di un dominio nasce dentro un progetto già definito, con un indirizzo di posta collegato e un sito effettivamente pubblicato, il rinnovo dell’anno successivo diventa quasi automatico. Quando invece resta un gesto isolato, la scadenza arriva e passa quasi senza che nessuno se ne accorga.
Tradotto: il numero di siti che nascono dice molto meno del numero di siti che sopravvivono. E per un’attività locale la differenza non è teorica: un dominio lasciato scadere si porta dietro l’indirizzo di posta elettronica, le insegne, i biglietti da visita, i contatti costruiti negli anni e la posizione guadagnata sui motori di ricerca.
Quarant’anni dopo il primo collegamento
Il contesto in cui questi numeri maturano è cambiato in fretta. Il 30 aprile scorso il Cnr di Pisa ha celebrato i quarant’anni dal primo collegamento italiano a Internet: era il 1986 quando dall’istituto Cnuce partì il segnale verso gli Stati Uniti che fece dell’Italia il quarto Paese europeo connesso alla rete. Il Registro .it nacque l’anno successivo, sempre a Pisa, e da allora tiene l’anagrafe di tutti i domini italiani.
Oggi la discussione si è spostata sull’intelligenza artificiale e su come stia cambiando il modo in cui le persone cercano informazioni. Nelle analisi raccolte dal Registro il punto ricorrente è controintuitivo: gli assistenti conversazionali riducono la visibilità immediata degli indirizzi web, ma non riducono il peso del dominio. Al contrario, in un ambiente in cui le risposte vengono filtrate e sintetizzate da un algoritmo, la riconoscibilità della fonte pesa di più, non di meno, e per un’impresa italiana l’estensione .it continua a funzionare come segnale di prossimità e di affidabilità.
Se il ritmo del primo quadrimestre reggerà, il .it chiuderà il 2026 sopra quota 3,6 milioni di nomi registrati. Ma la partita che si giocherà nei prossimi anni, per territori come la Tuscia, non riguarderà quante nuove insegne digitali si accenderanno: riguarderà quante di quelle accese oggi saranno ancora lì tra cinque anni, quando l’anzianità comincerà a valere più della novità.







