Governeranno? Perché se governeranno come parcheggiano, stiamo freschi. Macchine lasciate in tripla fila, e in faccia ai divieti di sosta, non si erano mai viste a piazza del Teatro. Accostano, scendono, pagano un euro, votano e ripartono. Qui, dove Beppe Grillo ha fatto il pieno sotto la pioggia, loro, quelli del centrosinistra, sperimentano un’altra versione di democrazia. Liquida solo di nome, perché in cielo non ci sono nuvole – anzi, è il primo vero sole di primavera, che abbiano qualche santo in paradiso? – e in giro non ci sono neanche vigili a fare le multe. E allora viene quasi spontaneo allungare queste primarie all’infinito: prima il voto, il dovere, poi due chiacchiere, un caffè, una sigaretta, magari un giretto verso il Corso, dove i negozi sono aperti e le vetrine sono accese.
Mattina: con la calma del dì di festa, hanno sfilato i grossi calibri. Fioroni poco dopo mezzogiorno, in contemporanea con l’Angelus del papa (ma guarda che coincidenza), e poi tutti gli altri. Dai fratelli Gigli, con Nando al debutto nel circo delle primarie, i molto meno celebri, ma molto più giovani, fratelli Tofani (Maurizio e Luca, che nel pomeriggio condurrà col solito brio la trasmissione sportiva di Radioverde), e altri deb come Massimo Fattorini, che appena poche settimane fa faceva l’assessore dall’altra parte della barricata. E il tesoriere Ugo Sposetti, col, baffo sempre più accigliato, insieme all’inseparabile Pietro Pacelli. Poi, naturalmente, i candidati, con Serra che ha votato a San Martino mentre Michelini e la Valeri ai piedi del teatro dell’Unione.
Insolitamente la fila è lunga ma ordinata, con i seggi divisi in ordine alfabetico, e l’ultima urna – quella meno frequentata – dedicata ai “non maggiorenni” (da 16 a 18 anni) e agli stranieri. Appena fuori, s’assiepano i padroni di casa. I Mazzoli, gli Egidi, i Fattorini, le Bizzarri, i Rizzello, gli Insogna, e via dicendo. Chiacchierano, pascolano, si crogiolano alla solina.
Pomeriggio: la piazza torna a riempirsi dopo il pranzo, la digestione, uno sguardo alle partite in tivù (non è che ci fosse un granché da vedere) e, per i più infognati, il trionfo di Cancellara alla Parigi – Roubaix. Poi, di nuovo a presidiare la piazza, la democrazia, la festa della grande famiglia. Troppo tardi per cercare di rimediare qualche voto in extremis: chi ha deciso ha deciso, chi è stato istruito a dovere non si lascia convincere da altri. E però, magari, qualcuno ci prova, tipo con la signorina che passa col cane al guinzaglio: “Scusi, ha votato per le primarie?” “No, non m’interessa grazie”. E giù a ragionare se l’animalista è per Marini o magari per Cinque stelle, visto che sempre di guinzagli si parla.
L’imprenditore in pensione, vispissimo, dispensa battute di qua e di là, fuma il toscano nervoso: “Lei è teso per l’esito delle primarie?” “Macché, penso al derby di domani sera”. Per la cronaca: lazialissimo, ma de sinistra. Alla faccia dei luoghi comuni. A proposito: almeno qui, a piazza del Teatro che poi sarebbe piazza Verdi (il busto vicino all’edicola fa assomigliare in modo imbarazzante il compositore a un certo Carlo Marx), non si vedono infiltrati del centrodestra. C’era questo timore, la voce voleva che qualcuno potesse votare Serra per incasinare i piani dei rivali: ma bisogna essere folli per intrufolarsi qui, in partibus infidelium, senza essere riconosciuti. E nei seggi delle frazioni sarà pure peggio: lì si conoscono tutti.
Mentre il sole scende, e l’affluenza cresce con lo struscio, sale pure l’attesa per i risultati. C’è chi organizza pizze al taglio per aspettare insieme i risultati. Altri che tornano a casa. Una signora col giacchetto nero, abborda i votanti: “Ho un figlio piccolo, siamo senza soldi. Può aiutarmi?”. C’è chi sgancia un euro (un altro), chi risponde con la verità: non c’ho una lira, signò. I tempi, d’altra parte, sono quelli che sono: a prescindere dalle primarie, e da chi le vincerà.


















