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I “filippini” la buttano in caciara

Filippo Rossi

Filippo Rossi

Che sia stato toccato un nervo scoperto non c’è alcun dubbio. Almeno stando ai commenti che hanno impreziosito l’articolo uscito ieri mattina sulla Fondazione Caffeina e sul suo fondatore Filippo Rossi. Nonché stando a certe lettere aperte un po’ sbrodolone, come quella di tale avvocato Giacomo Barelli (a proposito: perché non è stata inviata anche a Viterbopost?) da cui si può rilevare un unico comune denominatore: il tifo da stadio. E che Filippo Rossi a Viterbo abbia un certo numero di “filippini”, ovvero di tifosi, è pacifico. Soprattutto adesso che si è candidato a sindaco e che siamo entrati in piena campagna elettorale. Ma, tifo a parte (che però andrebbe riservato alle squadre di calcio. O di basket per chi ama questo sport), resta la realtà dei fatti. E cioè che sabato prossimo l’assemblea dei soci della Fondazione Caffeina sarà piuttosto movimentata. Gli scettici, ovverosia tutti coloro che hanno ritenuto falsa o capziosa la notizia, abbiano solo la pazienza di attendere fino al 23 marzo per constatare se quanto anticipato da Viterbopost corrisponde o meno alla verità. Dopo, potranno anche continuare a insultare.

Il nodo, come si è tentato di spiegare con un ragionamento, è il futuro di Caffeina, che ovviamente sta a cuore a coloro che hanno aderito alla Fondazione, visto che ci hanno investito i loro soldi. Ora sembra che Rossi sabato presenterà le sue dimissioni, ma questo pone una serie di problematiche. La prima: sono dimissioni vere, e quindi da domani si disinteresserà di Caffeina? Oppure sono dimissioni di facciata, tanto per intendersi alla Berlusconi (che si è dimesso da Mediaset e non controlla più – dice lui – le televisioni di cui è proprietario)? La seconda: in caso di elezione a sindaco, come potrà gestire le concessioni e convenzioni  che l’amministrazione comunale stipulerà in futuro con l’evento dell’estate viterbese? E’ chiaro che, al di là degli slogan e dei proclami di facciata, sono questi i punti cardine che stanno a cuore agli investitori. I quali – dicono in coro – non hanno nulla contro Rossi sindaco, ma si preoccupano del futuro di un’iniziativa che ha rivoluzionato la città e soprattutto il suo centro storico. E che oggi è a rischio. Preoccupazione, tra l’altro, espressa anche in uno dei tanti summit preventivi celebrati nei mesi scorsi.  “In una delle riunioni con Rossi – dice un altro dei soci delusi – gli chiedemmo anche se era sua intenzione candidarsi a cariche istituzionali. E lui rispose no. Poi invece…”. Comunque sia, chi vivrà vedrà e sabato 23, per fortuna, è molto vicino.

Intanto, corre l’obbligo di fare ammenda su un’affermazione che ha ricevuto svariate contestazioni. Ovverosia quella secondo la quale, a parere del sottoscritto, Filippo Rossi avrebbe scarsissime possibilità di essere eletto sindaco. Al di là di tutte le alchimie politiche e di previsioni azzardate che neanche i più esperti sondaggisti ormai riescono ormai a fare,  quella considerazione si basava su un’esperienza vissuta personalmente nel 1995, quando nacque Viterbosì. Lista civica che ebbe un discreto successo, ma che alla fine raggranellò un misero 3 per cento e riuscì ad eleggere un solo consigliere. Oggi comunque, l’aria è completamente cambiata. E se l’affermazione sul mancato successo di Rossi dovesse rivelarsi fallace, sono disposto a imitare uno dei grandi maestri del giornalismo sportivo: quel Gianni Brera che, all’indomani della vittoria dell’Italia al Mundial di Spagna nell’82, scrisse che avrebbe indossato il cilicio e sarebbe andato in pellegrinaggio a piedi scalzi. Lo farò anch’io, sulla salita che porta alla Basilica di S. Rosa, ripetendo cento volte “Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”.

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