In questa nuova brutta vicenda del Laziogate, in cui è coinvolto anche l’ex consigliere regionale Giuseppe Parroncini, ci sono due aspetti da valutare attentamente, giacché sembra che il nostro – stando alle indiscrezioni – non si sia imbertato neanche un centesimo, ma abbia speso i denari destinati al gruppo Pd per un po’ di bottiglie di vino regalate a Natale e per sovvenzionare alcuni organi di informazione online viterbesi (sembra tre).
Sul primo punto – non per giustificare nessuno, ma per amore di verità – va detto che da parte dei politici l’uso del regalino di Natale a un certo numero di persone è inveterato nel tempo. Lo sa bene chi scrive che, avendo esercitato la professione di giornalista, prima a Roma e poi a Viterbo, nel primo giornale della Capitale, ne ha ricevuti un po’ tutti gli anni. Anzi, va detto a onor del vero che negli ultimi lustri la valenza del regalo natalizio s’era di molto assottigliata e nulla aveva a che vedere (se vogliamo parlare in particolare di Regione Lazio) con quanto arrivava nei mitici anni ’80 e primi anni ’90, quando veramente pagava Pantalone, nessuno protestava, e tutti erano felici e contenti. Il problema però, è che quei cadeau – costassero tanto o poco – erano tutti pagati dall’ignaro contribuente. La responsabilità dei politici, se vogliamo dirla tutta, è che non hanno avuto il coraggio di dire stop quando è cambiata l’aria, è cambiato il clima, è cambiato il comune sentire delle persone, perché non c’era più da scialare. A lume di naso si può dire che Parroncini – ammesso che le sue responsabilità vengano provate – ha avuto la colpa di adeguarsi a un sistema del “così fan tutti” senza capire – lui come gli altri – che era venuto il momento di cambiare registro.
Poi c’è il secondo punto, un po’ più complesso, e sul quale va fatta una profonda riflessione. Giacché è noto a tutti che la stampa, per vivere, ha bisogno di risorse. E ne hanno bisogno soprattutto le tv commerciali (grandi e piccole) e i siti web, giacché nessuno dei due ha un incasso diretto (come la carta stampata che si acquista in edicola). Quindi, che entrambi vadano a cercare finanziamenti attraverso la pubblicità o sponsorizzazioni è la cosa più normale del mondo, oltre che lecita.
Dov’è allora il problema? Semplice. Il problema sta nell’individuare i finanziatori. Giacché, se un privato decide di investire su un organo di informazione lo fa perché magari crede in quel progetto, oppure perché ritiene di ricavarci un ritorno di carattere economico. Ma se a dare i soldi è un politico (a Viterbo il caso più clamoroso in questo senso è quello che ha riguardato – e riguarda ancora – Paolo Gianlorenzo, i giornali da lui diretti e i soldi che ci giravano intorno. Ma ora si sta scoprendo che Gianlorenzo potrebbe essere solo la punta di un iceberg molto corposo), qual è il motivo che lo spinge ad essere così generoso?
E quindi, la vera domanda è un’altra: come fa un giornalista, che ha ricevuto una sponsorizzazione da un politico, a fare poi informazione con la mente libera, senza condizionamenti, mettendosi veramente al servizio dei cittadini, della collettività e del bene comune?
Ai miei 15 lettori l’ardua sentenza (per chi non l’avesse ancora capito sono un grandissimo estimatore di Alessandro Manzoni).







