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Quando a Viterbo c’erano le botteghe e non i centri commerciali

Via Matteotti oggi, una volta Principessa Matilde

Redazione

Viterbo,3.4.23

L’amico Vincenzo Ceniti, cultore della tradizione viterbese, ci manda un suo pezzo che riguarda l’amarcord delle classiche botteghe viterbesi, molte sparite, sopraffatte dalla diffusione (troppa) dei Centri commerciali.

Ecco quanto ci ha mandato.

“A Viterbo, quelle che possono fregiarsi del titolo nobiliare di “botteghe”  ne restano ben poche. Si vendeva un po’ di tutto e ci si andava non solo per acquistare,  ma anche per le quattro chiacchiere, informarsi, passare il tempo, incontrarsi ed altro. Ricordo una infinità di questi cenacoli oggi sostituiti da anonimi supermercati o centri commerciali dove si va in fretta, si fanno lunghe code alle case, non ci si guarda nemmeno in faccia.  A mente, oltre ai bar, questi cenacoli estemporanei si declinavano in saloni da barbiere, fotografi, mercerie, sartorie, beccherie, spezierie, cocciari, cordari, orologiai, calzolai  … tutti rigorosamente distinti da eleganti cortine esterne di  legno o di stucco con il nome della ditta, spesso scolpito o dipinto da un artista locale. Andava per la maggiore il pittore di insegne Cesare Cerocchi che aveva la bottega in via della Torre. Qualche reperto di queste insegne è oggi  ancora visibile.

Ho davanti agli occhi la bottega della famiglia Sorrini la cui storia viene da lontano, da quando Attilio Sorrini senior nel 1870 aprì il primo gabinetto fotografico in via del Lauro a Viterbo, traversa di via Cardinal La Fontaine. Alla sua morte i figli Gino (1889) e Romolo (1886)  ne proseguirono il lavoro facendo dell’arte fotografica mestiere e passione. Nel 1915 trasferirono l’attività in corso Vittorio Emanuele  (l’attuale corso Italia) dove ancora è in esercizio e nel 1931 affiancarono alla fotografia  l’ottica, risultando il primo ottico di Viterbo e provincia.

Alla fine degli anni Quaranta ho frequentato  la “bottega” dei fratelli Gino e Romolo Sorrini poiché mio padre mi portava con lui nei lunghi pomeriggi invernali ad assistere, seduti nel suo interno, ad interminabili discussioni con altri amici parlando del più e del meno. Una volta dissi al sor Gino “Perché non rinnovate questo vecchiume di arredamento? ”

Secondo la moda del tempo era tutto di legno come lo erano allora quelli di altre botteghe come le farmacie Rossi in piazza delle Erbe e Manetti in via Cavour. Ingenua osservazione poiché quelle stigliature erano eccezionali e se fossero state conservate, oggi sarebbero una vera attrazione   Il sor Gino, fissando mio padre. allora direttore dell’Ente del Turismo, mi rispose  “Ci devono  pensare lui e il suo Ufficio”, anticipando quella sottile polemica che si sarebbe perpetuata poi nel tempo tra pubbliche istituzioni e commercianti.

Di quegli anni i Fratelli Sorrini ci hanno lasciato un archivio fotografico esclusivo che il figlio di Gino, Attilio (1937-2017), ha con grande amore e cura conservato e catalogato pubblicando nel 2008 un libro monumentale dal titolo  “Bianco e nero viterbese”. Un ritratto prezioso di Viterbo dal  1910 agli anni Sessanta del secolo scorso. A sfogliarlo ci accorgiamo di una città  forse migliore nel suo assetto monumentale, nella vivacità delle “botteghe”, nel colore dei mercati, nella sobrietà degli abiti, ma povera e arretrata  L’amore per Viterbo è comunque  vibrante in quelle foto d’autore:  strade, vicoli, palazzi e uomini che non ci sono più

L‘Ottica Fratelli Sorrini  invece è ancora  lì, rinnovata nell’arredamento, nella sua sede storica di corso  Italia , nel cuore della città. La “bottega” dove Attilio Sorrini jr  ha trascorso una vita  è  stata inserita nel 2011 nel registro delle Imprese storiche d’Italia per la lunga attività ultrascolare. Umile, grande lavoratore, taciturno, pungente, ma soprattutto attaccato alle tradizioni della sua città, Attilio trascorreva lì dentro, quasi rintanato, gran parte della giornata. Era difficile incontrarlo per strada. Semmai da più giovane lo si vedeva più spesso in bicicletta con la maglia gialloblù del GS Viterbo che sosteneva e incoraggiava.

Ha coltivato con amore e passione il lavoro del padre e del nonno  – e non è cosa da poco – contribuendo a consolidare il rispetto per Viterbo e la sua storia da parte di tutti noi. Negli ultimi anni lo vedevo rattristato per un centro storico sempre più spopolato, per l’incuria in taluni monumenti  e per molte decisioni che non venivano incontro alle esigenze del commercianti. Il 3 Settembre, ad esempio, la chiusura delle vie lungo il  percorso della Macchina di Santa Rosa anticipata alle ore 19,00 creava difficoltà di mobilità ai tanti forestieri che raggiungevano Viterbo.

Bonariamente polemico anche nei confronti di una proliferazione di negozi di ottica non sempre all’altezza per qualità e professionalità o di quella dei supermercati che mortificavano i negozi del centro storico. Oggi l’attività, secondo l’antica tradizione,  è passata alle due figlie di Attilio, Sabrina e Susanna che continuano nel lavoro del padre, del nonno e del bisnonno con la stessa convinzione e dedizione.

ceniti

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