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Quante belle stazioni ferroviarie ci sono nella Tuscia, ma sono chiuse o “impresenziate”

Stazione Porta Romana “impresenziata”

Riceviamo e pubblichiamo quanto pervenutoci dall’amico Vincenzo Ceniti

Viterbo,16.11.23

Non è una parolaccia, ma l’aggettivo che oggi qualifica  le stazioni ferroviarie prive di biglietteria, cessi, capostazione, riscaldamento, giardini, edicola, bar, con il solo display più o meno funzionante e la tremolante campanella che annuncia, quando funziona,  il treno in arrivo. In Italia le  “impresenziate”  sono circa 1.700, esito di processi tecnologici e di automazione che hanno riunito i servizi tradizionali in postazioni più strategiche.

Molte sono addirittura chiuse. A caso e a memoria nella Tuscia, sulla Viterbo-Capranica-Roma, non ci sono più San Martino al Cimino, Tobia, Vico Matrino, Bassano Romano e Crocicchie. Sulla  vecchia Roma-Nord (nel tratto viterbese), chiuse la Fornacchia, Vallerano, Corchiano. Sulla  Viterbo-Attigliano, non c’è più Celleno.

Altre hanno l’aspetto spettrale ma affascinante di reperti di archeologia industriale come quelle lungo il tratto Civitavecchia-Capranica-Orte dismesso nel 1961. Ho rivisto qualche anno fa quanto rimane della stazione di Monte Romano in un luogo incantevole tra silenzi assordanti, in prossimità della valle del Mignone. Tetto crollato, mura mozze, vegetazione spontanea che fuoriesce dalle finestre ormai prive di imposte. Si legge ancora l’insegna su piastrelle di ceramica gialla con il nome del paese scritto in marrone. Immagino come poteva essere alla fine degli anni Quaranta subito dopo la guerra, prima dell’interruzione della linea ferroviaria. Un vociare roco e mattutino di  qualche contadino che s’era levato di buon’ora per raggiungerla, magari a piedi, in bicicletta o col carretto lungo la strada sterrata di qualche chilometro. Forse si portava appresso il capagno con uova e verdure, a mo’ di Azzecca-garbugli di manzoniana memoria, da scambiare a Roma con qualche consiglio legale o fiscale.

E pensare  che dal 1932 al 1971 il Touring Club Italiano, insieme all’Enit ed ad altri organismi locali, gestiva con successo il concorso “Stazioni fiorite” per incoraggiare i capostazione alla cura di giardini ed aiuole negli spazi adiacenti, come biglietto da visita per la città. Non solo. Accanto alle stazioni si facevano apprezzare, sia pur in modesti  riquadri, piccole e ordinate  coltivazioni orticole di pomodori e insalata per casa .

Registi e sceneggiatori, in tempi diversi, l’hanno  utilizzate per esterni dal vivo. Dopo la guerra, nel 1953, Federico Fellini scelse la stazione di Porta Fiorentina a Viterbo di fine Ottocento  per l’ultima scena del film “I Vitelloni” con Moraldo (Franco Interlenghi) che lascia gli amici e parte verso una nuova vita. Alberto Sordi nel film “Il medico e lo stregone” (1957) si mostra per quello che è, un codardo,  agli occhi della fidanzata Marisa Merlini su una panchina della stazione di Grotte Santo Stefano. Giorgio Capitani in alcuni sceneggiati del “Maresciallo Rocca” con Gigi Proietti ha utilizzato più volte varie stazioni della Tuscia viterbese, come quella di Orte.

Le stazioni abbandonate di Monte Romano, Civitella Cesi, Barbarano Romano ed altre sulla Civitavecchia-Capranica-Orte sono state fondali  esclusivi per molte riprese negli anni Sessanta, complici  il poderoso ponte in ferro sul Mignone, la galleria tra Barbarano Romano e Monte Romano e l’abitato etrusco di Luni.

“A Orte si cambia”. Un detto ricorrente che ha dato lustro alla stazione di Orte, la più importante della Tuscia Viterbese,  sulla direttrice Roma-Firenze da cui parte la diramazione per Ancona e Perugia. Il fabbricato, risalente al 1865, venne riedificato nel 1949 dopo i bombardamenti dell’ultima guerra. Nei suoi paraggi sorgevano alcune locande e trattorie per viaggiatori in attesa del “cambio”.  Quella di Nesta, nel piazzale antitante la stazione, era nota  fino agli anni Settanta per la “pasta e fagioli”. In seguito queste accoglienze si sono trasferite presso il casello Autosole.

A Viterbo la stazione di Porta Romana venne inaugurata con una solenne cerimonia il 29 aprile 1894 alla presenza di molte autorità. Le cronache raccontano che venne servito un buffet della ditta del “Cav. Vincenzo e F.llo Schenardi” (simpaticamente conosciuto come Cencio). Vale la pena di ricordare il menu : Ostriche del Fusaro, Zuppa Nazionale, Pasticcini alla Torinese, Trota, Spigola, Dentice alla Reale, Filetto di Bue alla Veneta, Spongato, Asparagi trifolati al burro, Palanche allo spiedo, Insalata russa, Pasta Margherita, Forme gelate alla crema e frutti, Caffè, Liquori. Vini: Bianco Viterbo-Chianti, Capri bianco, Madera, Spumante, Spitalieri, Carponè.                                                                                                                                                

La stazione della ex Roma-Nord, all’inizio di viale Trieste a Viterbo, venne distrutta dai bombardamenti e ricostruita nel 1953. A quei tempi c’era ancora in funzione la carrozza n° 59 che ospitò  Mussolini nel viaggio inaugurale del 27 ottobre 1932. Lungo il suo tortuoso percorso fino a Roma, via Civita Castellana, la linea elettrica  tocca numerose stazioni che ricordiamo con nostalgia (Vignanello e  Soriano nel Cimino soprattutto) poiché erano i riferimenti delle nostre scampagnate giovanili alla ricerca dell’aria fresca dei Cimini e delle cantine dove covavano le botti di rosso locale. Le stazioni di Civita Castellana, Vignanello e Bagnaia, in particolare, alla fine degli anni Settanta- inizi Ottanta del secolo scorso, venivano d’estate rallegrate dalle bande musicali per accogliere i turisti del “Trenino della Tuscia” in partenza da Roma.

L’autore*

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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