22042024Headline:

Foibe e confine nord orientale: la “pesantezza” di una tragedia troppo nascosta. Marco Fabio Fabbri risponde ad Alessandro Brenci.

Il prof. Fabio Marco Fabbri

Riceviamo e pubblichiamo

Viterbo,23.2.24

Al fine di sottolineare in modo appropriato la purtroppo ancora strumentalmente controversa “questione Foibe”, ho interpellato il Prof. Fabio Marco Fabbri, Storico e Giornalista, per “ricordare” quanto effettivamente accaduto sul fronte Orientale, anche alla luce di quanto lasciato in testimonianza di quel tragico periodo da suo padre, il Prof. Fabbri Onorio profugo istriano.

Alessandro Brenci

Con particolare sensibilità affronto, con una breve analisi, la questione delle Foibe e del Confine nordorientale.

Ricordo che il partigiano Josip Broz Tito, meglio conosciuto come maresciallo Tito, non aveva dubbi su come dovere agire dal punto di vista geostrategico. Infatti in previsione di sedersi, alla fine della Seconda guerra mondiale, o meglio “Seconda guerra intercontinentale”, al tavolo della Pace, aveva previsto di dichiarare che le terre slave erano abitate esclusivamente dal popolo slavo.

In realtà, alla base della “italica tragedia”, una differenziazione di localizzazione tra italiani e slavi c’era: gli italiani storicamente e da secoli, hanno sempre abitato la città di Fiume, la Venezia Giulia, la suggestiva Istria e Dalmazia e molte zone costiere; mentre gli slavi vivevano nell’entroterra, anche nella parte montuosa.

Molte pulizie etniche, più o meno riconosciute, hanno martoriato popoli e mutilato generazioni, ma quella che deflagrò contro gli italiani si caratterizzò con connotazioni politiche e militari. La complessità di tale strage era comunque talmente articolata che chi poteva gestire la realtà dell’accaduto, preferì tentare di operare al fine di obliarne la memoria, piuttosto che affrontare la tragicità dell’accaduto. Solo le esili testimonianze delle vittime hanno strenuamente mantenuta viva la memoria.

Per decenni, anche nelle università non solo di Trieste, era interdetto fare ricerca su particolari avvenimenti accaduti sul confine nordorientale e sulle Foibe. Nei testi di Storia non si trovavano testimonianze, e quando mio padre, Onorio Fabbri (slavizzato Fabbricic), Profugo istriano, fine anni settanta me ne parlava, non riuscivo a comprendere perché una tale tragedia non fosse annoverata nei libri del Liceo.

Inoltre la comunicazione era ancora più complessa a causa del fatto che chi parlava della “questione Foibe” fosse considerato di destra; questo ha reso ancora più complicato trattare l’argomento.

Comunque, l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Tito, tra il 1943 ed il 1945  infoibò nelle gole carsiche almeno dieci/quindicimila italiani, ma forse anche di più, vivi o morti, legati tra loro con filo spinato; le motivazioni erano chiaramente etnico-politiche. Intanto tra trecento/trecentocinquantamila profughi, compreso il mio giovanissimo padre, erano stati costretti a lasciare casa, beni ed il lavoro, come i miei nonni adottivi Guido Bartolini, direttore delle saline di Pola e la moglie Anna Gurioli (sorella di Caterina ostetrica madre di Onorio, deceduta poco dopo avere partorito mio padre); tuttavia non avevano alcuna certezza di poter avere salva la vita.

Generalmente i profughi italiani non ebbero calorosa accoglienza in Italia, tanto che furono tacciati, indiscriminatamente, di essere fascisti; parcellizzati in varie parti della Penisola, restarono spesso collegati fra loro, caduti comunque nell’oblio della comunicazione di massa.

In ogni modo il maresciallo Tito quando ruppe la sua alleanza, quindi i rapporti, con il dittatore sovietico Iosif Stalin, diventò, a quel punto, un interlocutore privilegiato dell’Occidente; quindi sarebbe stato inutile e magari dannoso alla diplomazia internazionale, chiedergli ragione di quanto era accaduto in Dalmazia e Istria.

Anche il Partito Comunista Italiano, nel quadro del Comintern o Terza Internazionale, che lo aveva visto alleato di Tito e favorevole ad una espansione della Jugoslavia in tutto il nord Italia, chiaramente non aveva interesse che una tragica parte della storia fosse resa nota. Anzi la sua cancellazione della tragedia era opportuna. Tuttavia il Pci, su indicazione di Stalin, modificò radicalmente la sua linea e diventò un partito nazionale.

Ma, brevemente, la questione va letta nella costruzione della memoria della guerra e del dopoguerra. L’Italia era stata sconfitta, e con la firma della pace di Parigi, del 10 febbraio 1947, dovette rinunciare alle terre sul confine nordorientale che così passano  alla Jugoslavia, con i noti accordi.

Tuttavia la Resistenza, nella sua più ampia visione, permise ai partiti politici italiani di riuscire nell’operazione di “spacchettare” la guerra con i tedeschi, persa dall’esercito fascista del Duce Benito Mussolini, dalla seconda parte della guerra che sarebbe stata vinta insieme agli Alleati, contro i tedeschi.

Ovviamente fu una scappatoia “pseudo storico-politica”, uno stratagemma storicamente discutibile, ma pose delle basi per una legittimazione che servì, intanto al Pci per “ratificarsi” come forza democratica, ma fu di utilità fondamentale anche alla Democrazia Cristiana, ai socialisti, ai liberali e repubblicani; tutte le forze politiche, poi raccolte, e rappresentate dal Comitato di liberazione nazionale, Cnl, e unite nell’Arco costituzionale.

Però questo “aggiustamento storico” in funzione politica, non ha favorito né il riconoscimento dell’esistenza della tragedia della morte di tanti italiani, colpevoli solo di stare in qui territori, né la conoscenza del dramma sociale dell’esodo, perché nessun Paese vincitore, normalmente, perde territori e popolazione.

La Giornata del Ricordo è stata istituita con decisione parlamentare nel 2004; il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel 2006, ha parlato degli esuli, come il Presidente Sergio Mattarella questo anno ha suggellato la “questione” con una allocuzione lucida e di spessore.

Il fattore imbarazzante è che ancora oggi non sia particolarmente lineare approcciare con questa tematica; un esempio emblematico è stato l’articolo del Manifesto del 10 febbraio, titolato “Il vittimismo che cancella le responsabilità”; ma anche sparute osservazioni di alcuni soggetti pseudo politici, che evidentemente privi di una minima conoscenza storica, forse per riesumare non so cosa, imbastiscono storie basate sulla non conoscenza, o forse su residui di vetero dogmatismo politico, negando o attenuando il valore della “tragedia Foibe”, o addirittura attribuendo ad “altri” l’azione infoibante.

Posso comprendere che, per ragioni politiche, i Turchi neghino la pulizia etnica esercitata sul popolo armeno; come osservo negazionismo su ciò che sta accadendo ai danni del  popolo ucraino; per non indugiare su ebrei e palestinesi, o quanto accaduto in Ruanda nel 1994 nel genocidio ai danni dei Tutsi e parte degli Hutu, causato dall’esercito e dalle milizie paramilitari Interahamwe; ma negare, o attenuare quanto accaduto al Confine nord orientale italiano mi sembra che si collochi o nella ignoranza storica o nel quadro di un dogmatismo politico, che ovviamente e obiettivamente, pensavo fosse stato sepolto.

Fabio Marco Fabbri

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