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Perchè si chiama “Sentiero dei Briganti” ? Ce lo spiega Vincenzo Ceniti

Redazione

Viterbo,12.2.24

Malgrado furti, schioppettate, grassazioni, malefatte  e coltellate, non ci sembrano poi così terribili. Ci sono  perfino simpatici, se pensiamo alle violenze e alle ingiustizie di oggi. I  briganti della Maremma tosco-laziale, che nel  XIX sec. infestavano i campi paludosi e malarici a confine tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana, avevano un capo carismatico, una sorta di re-santone: Domenico Tiburzi da Cellere detto il Domenichino per la bassa statura. Alcuni suoi colleghi erano anch’essi conosciuti per soprannomi come il Curato  (Domenico Biagini), il Basiletto (Giuseppe Basili), il Cenciarello (Vincenzo Pastorini).

La stampa di Pinelli (che pubblichiamo) ci mostra la rapina ad un passante che ci dà l’idea del clima di quei tempi segnato da soprusi di ogni genere, furti di bestiame,  omicidi, senza contare la  “tassa sul brigantaggio”, una sorta di pizzo che veniva fatto pagare ai  proprietari terrieri (gli odiati latifondisti)  per ricevere protezione. Si racconta che durante una falciatura di grano, 300 contadini incrociarono le braccia in segno di protesta contro il padrone, probabilmente per paghe troppo basse. Arrivò Domenico Tiburzi, sigaro in bocca e doppietta a tracolla, che “consigliò” loro di riprendere il lavoro, sostenendo con fare convincente che non era giusto far mancare il pane alla povera gente.

Fece notizia la fuga di Tiburzi e Biagini dal bagno penale di Corneto (Tarquinia) insieme ad una cinquantina di galeotti. Cruenta  l’uccisione del fattore del marchese Guglielmi davanti ad una quarantina di mietitori intenti al lavoro, per mano dello stesso Tiburzi. Severissime le regole all’interno del clan di questi galantuomini. In caso di trasgressione o  indisciplina, scattava la condanna a morte e  non si salvavano neanche gli amici fidati.

Un pensiero doveroso alla “Belve di Valentano”, Giovanni Grossi (detto Fumetta) e Dionisio Costantini (detto Bustrengo), ricercati ma mai catturati.  Erano così spavaldi che un giorno andarono a prendere il caffè in un locale accanto alla caserma dei carabinieri. Nel 1808 a Valentano ci fu il macabro spettacolo, a mo’ di avvertimento, di due teste mozze appese alla porta del paese: erano quelle di Luigi Nocchia e Antonio Chiappa, due briganti sanguinari della vicina Gradoli.

 Gli scontri a fuoco coi carabinieri erano frequenti e spesso frutto di una “spiata”. Famosi quelli che videro la morte di Pastorini nel 1877 in una grotta di Paternale (vicino a Canino) e di Tiburzi nel 1896 presso il Casale delle Forane di Capalbio. Ma i briganti non morivano solo sotto il fuoco dei carabinieri. A Pianiano vicino Cellere, tale Luigi Scalabrino (detto Veleno) venne accoltellato dal parroco del paese che era stato minacciato dal brigante per le troppe attenzioni riservate alla perpetua.

Durante le soste ci sono le sorprese di castelli, palazzi signorili, belvedere su panorami stupendi, piccoli musei, con il conforto di agriturismi, trattorie, pizzerie. Occasioni da non perdere per acquisti di prodotti locali: lenticchie di Onano, castagne di Latera, aleatico e olio extravergine di Gradoli,  aglio rosso di Proceno. Tra le eccellenze storico-ambientali si fanno largo le gole del Fiora presso Vulci unite da un ponte etrusco-romano di raro interesse, l’are archeologica di Vulci con il castello dell’Abbadia,  la rocca di Proceno,  il palazzo Farnese di Gradoli e la veduta del lago di Bolsena. Buon viaggio ma, attenti ai briganti.

Basket 12 febbraio 2024

 Di questi singolari personaggi, restano i ricordi e il “Sentiero dei briganti”, un centinaio di chilometri da percorrere a tappe in auto, in bicicletta o a cavallo. Partenza da Vulci verso le rovine di Castro,  la Selva del Lamone (sicuro rifugio in caso di retate),  il lago di Mezzano, i borghi di Latera, Gradoli (nei pressi del lago di Bolsena), Onano  e Proceno, fino a giungere alla Monaldesca  all’interno della riserva naturale di Monte Rufeno, vicino ad Acquapendente.

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